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Traslazione di Santi
Come da cortese richiesta di don Mario Del Turco, parroco di Forme, a futura memoria riporto ciò che mi consta personalmente circa la traslazione a Forme, avvenuta nel mese di giugno del 1946, delle reliquie dei Santi Patroni Marco e Mescolavano. (1) Un fatto, questo, rarissimo, che probabilmente oggi non si potrebbe più verificare, tradottosi nell'affidàmento alla minuscola comunità di Forme di una parte significativa del patrimonio storico e religioso della Cristianità.
 
Ho aderito volentieri all'invito, oltre che per corrispondere alla cortesia di don Mario, anche per rendere omaggio a mia madre che tanto fece per attuare quel trasferimento e alla sua amica Zenobia Talone che tanto si adoperò affinché l'aspirazione di mia madre trovasse compimento.
Premetto che alcuni dei fatti qui riportati sono stati da me vissuti, anche se da fanciullo, in prima persona, li ricordo abbastanza bene e mi piace riviverli e presentarli nella stessa ottica infantile di allora. Altri fatti, sui quali ovviamente non sono in grado di essere altrettanto preciso, li ho raccolti da discorsi sentiti in casa più volte. 
 
Gran parte delle notizie riferite è comunque verificabile presso gli archivi della Curia di Avezzano e dei Vicariato di Roma. Promotrici della traslazione furono, come dicevo, mia madre, Giovannina Di Vito in Valente, e una sua conoscente e amica, Zenobia Silvestri in Talone, nativa di Scurcola e sorella di don Giovanni Silvestri, che era stato Parroco di Forme per oltre trent'anni (pressappoco dal 1905 al 1938). Zenobia, oltre che essere legata a mia madre da una profonda amicizia, condivideva con essa una intensa fede e un forte attaccamento al paese di Forme.
 
Alla fine degli anni trenta mia madre, che già dal 1933 risiedeva a Roma, aveva saputo, non so come, che le reliquie dei Santi Marco e Marcelliano, Patroni di Forme, erano giacenti nella cripta della basilica romana dedicata ai Santi Cosma e Damiano. Appurato ciò, aveva preso a frequentare quella chiesa per pregare sull'altare dei Santi Protettori, ma ogni volta che rincasava dimostrava di non darsi pace per il fatto che i loro resti si trovassero, poco o, punto venerati, in una cripta allora somigliante più a un magazzino di tavole e di laterizi che a un luogo di culto. Fu così che nelle sue confidenze con l'amica Zenobia, che abitava nei pressi di San Pietro e pareva avere conoscenze in Vaticano, maturò l'intenzione di fare qualcosa per restituire a quelle reliquie la dovuta venerazione e nel contempo per dare maggior sostanza al vincolo di Patrocinio che legava quei Santi al paese. 
 
Le sembrò, evidentemente, cosa giusta da fare e lei per le cose giuste si sarebbe fatta spaccare la testa (2). . Non solo, nel caso specifico sarebbe stata disposta a disturbare il Papa in persona senza nessun problema. A tale scopo cominciò a sfruttare qualche conoscenza della sua amica e a prendere contatto con gli ambienti vaticani competenti ad autorizzare un'eventuale traslazione.
 
Non ebbe bisogno di disturbare il Papa poiché ebbe la ventura di imbattersi, grazie ai buoni uffici della sua amica, in un certo Monsignor Respighi (che mi risulta essere fratello dell'Ottorino Respighi musicista, autore, tra l'altro, di sinfonie dedicate ai pini e alle fontane di Roma). Questi svolse un ruolo determinante nella vicenda prendendo a cuore la cosa e seguendo le pratiche canoniche passo passo sino a portarle a compimento. Non sono in grado di precisare le funzioni e il ruolo di costui negli ambienti Vaticani o del Vicariato, ma doveva essere certamente personaggio ínfluente e prestigioso, tanto che a cose fatte mia madre riconobbe a lui e alla sua amica Zenobia il merito del successo dell'operazione. 
 
Conoscendo il temperamento di mia madre e della -sua amica sarei portato a pensare che il malcapitato Monsignore sia stato spinto a seguire la pratica soprattutto dalle loro insistenze e che non avesse visto l'ora di sbarazzarsi di quei due cicloni che, magari a fin di bene, lo avevano coinvolto così pesantemente. Guardando le cose più serenamente, però, oggi mi viene da considerare che, se Monsignor Respighi non avesse ritenuto la richiesta ragionevole e nobilmente motivata, difficilmente sarebbe stato così paziente. Sta di fatto che quando, nel 1945 o giù di lì, egli morì, l'istruttoria preliminare alla traslazione era conclusa e che a tale Monsignor Salvatore Capoferri, futuro Cerimoniere del Papa (per la precisione di tre Papi) e preposto a non so quale Ufficio del Vicariato di Roma, toccò in eredità il compito di dare mat eriale esecuzione alle pratiche e alla preparazione del trasferimento.
Una volta pronti tutti i nulla osta, con denaro appositamente raccolto a Forme mia madre si incaricò di procedere all'acquisto di un'urna in metallo e vetro da utilizzare per la raccolta e la conservazione delle ossa. 
 
Qualche giorno prima del trasferimento, alla presenza di autorità ecclesiastiche che non sono in grado di precisare' e dei miei genitori, l'altare nella cripta venne liberato dai residui di tavole e di calcinacci che lo ricoprivano, la lastra di pietra, del peso stimato in 250 chili, che costituiva il piano dell'altare fu rimossa e il loculo (contenente una cassetta metallica) in cui giacevano le ossa fu aperto. Nella cassetta si trovavano, oltre le ossa dei due Santi, anche quelle di loro padr e San Tranquillino e forse anche quelle di San Felice Papa, che dovevano essere custodite nello stesso sepolcro. Sta di fatto che le reliquie, comprese quelle di San Tranquillino, furono poste in parte nell'urna e in parte furono rimesse al loro posto (4) nel loculo d'origine, che fu quindi rimurato. L'urna, al cui interno erano sistemate delle piccole scatole di vetro (mi pare cinque, a chiusura ermetica, appositamente acquistate presso la farmacia di S.Maria della Scala), venne sigillata. 
 
Riepilogando, dalla selezione derivò che le reliquie dei Santi Marco, Marcelliano e Tranquillino sono ora conservate in parte a Roma, sempre nello stesso altare della cripta della basilica dei SS.Cosma e Damiano, e in parte nella chiesa parrocchiale di Forme. Questi particolari li appresi da mia madre il giorno stesso dell'apertura del sacello, avendo essa partecipato materialmente alla selezione dei frammenti ossei. Da allora, il 18 giugno di ogni anno, giorno dei SS. Marco e Marcelliano, i formesi residenti a Roma assistono in quella cripta, ormai restaurata e stabilmente dedicata al culto, alla celebrazione di una messa che, devo dire, la particolarità dell'ambiente rende per certi versi suggestiva. Questa consuetudine, manco a dirlo, fu avviata e condotta avanti da mia madre sino alla sua morte avvenuta nel 1995. Attualmente altre persone' si incaricano di proseguire questa pratica.
 
Il trasferimento venne effettuato quasi certamente il 23 giugno 1946. La data era stata fissata in modo da farla coincidere con l'inizio di quelle che a Forme si chiamavano le "feste di giugno" e che si tenevano di norma il 23 e il 24 oppure il 24 e il 25 di detto mese. Forme, nel frattempo, si era preparata ad accogliere solennemente i suoi Santi: era previsto che una processione li accogliesse all'inizio dell'abitato (nel luogo allora chiamato "La Croce" ) e li accompagnasse fino al sagrato. Da qui il paese sarebbe stato benedetto e si sarebbe entrati solennemente in chiesa per concludere con una funzione cantata.
 
Dei quattro accompagnatori ufficiali, fiduciari dei Vicariato, credo che due fossero illustri medici romani (pro£ Barchesi o Barchiesi e prof. Parisi (7)). Il terzo era Mino Maccari, docente nell'Accadernia delle Belle Arti di Roma e pittore insigne. Di lui mi ricordo bene sia perché, persona spiritosissima, a traslazione compiuta, tenne banco con le sue battute soprattutto durante la cena, sia perché ebbi modo di rivederlo a distanza di tempo. Il quarto era un domenicano (saio bianco con croce rossa e azzurra sul petto) di nome padre Stefano', della parrocchia di S.Maria delle Fornaci (9). Il trasporto fu effettuato su una limousine Citroen nera con targa vaticana. Un amico di mio padre, tale Enrico Blasi, fabbricante di bilance, si offrì di scortare la Citroen con la sua Balilla.
 
Qui occorre digredire un momento per ricordare che la Tiburtina Valeria, allora, era asfaltata solo in parte (le salite di Tivoli e di Colli di Monte Bove erano bianche) e che le automobili non erano affidabili come quelle di oggi. Con la guerra terminata da poco, le vie erano ancora insicure e tutti i giorni arrivavano notizie di fatti crirninosi. Di comunicazioni telefoniche, specialmente interurbane, nemmeno si parlava. Insomma, il viaggio Roma-Forme, in treno, richiedeva quasi una giornata e, in macchina, un minimo di quattro o cinque ore. Inoltre comportava 'qualche rischio e gli eventuali contrattempi non potevano essere prontamente segnalati per telefono.. Il convoglio si mosse da Roma verso le quattordici. Messa in conto anche la prescritta sosta presso la Diocesi di Avezzano, era stato stimato che, al più tardi per le diciannove si sarebbe arrivati a destinazione. Alla guida della Citroen si era posto il Pro£ Parisi con al fianco Mìno Maccari. 
 
Sugli strapuntini posti tra i sedili anteriori e posteriori era stata collocata l'urna, ai lati di questa ci eravamo sistemati mio padre e io, mentre sui sedili di fondo avevano preso posto il prof Barchesi e padre Stefano. SullaBalilla viaggiava la'famiglia Blasi, di cui, per la cronaca, faceva parte una bella ed elegante ragazza (nuora di Enrico), che, da quanto sentii dire, faceva parte dei corpo di ballo dei Teatro dell'Opera di Roma. Nel portabagagli posto sul tetto della vettura era stata sistemata, insieme alle valigie, una bagnarola colma di fiori. Con i Blasi si trovava mio fratello, mentre mia madre era partita il giorno prima.
 
Il "corteo" (così venne chiamato, mi pare dal Messaggero, nella sua cronaca dell'Abruzzo) (10) partì puntualmente, senonché, lungo la salita di. Tivoli, una ruota della Citroen si bucò. Il cambio della ruota portò via un tempo che mi sembrò interminabile e che sembrò lungo anche ai viaggiatori della Balilla, i quali a un certo punto decisero di proseguire da soli. Presero questa decisione un pò perché certi di essere raggiunti lungo la strada e un pò, nel caso fossero arrivati prima, per informare i formesi del contrattempo. Sostituita la ruota, s i effettuò un'altra lunga sosta presso un gommista di Tivoli per la necessaria riparazione (si pensi, per esempio, che allora i gommisti non disponevano di compressori e che la gomma riparata venne gonfiata a mano). Lungo la salita di Colli di Monte Bove un'altra fermata, questa volta breve, fu causata da un camion posto di traverso sulla strada. 
 
A scanso di equivoci, sino a quando il camion non venne rimosso, Mino Maccari tenne la mano poggiata su una pistola nascosta nel cruscotto della macchina. L'ultima sosta, anch'essa lunga, si ebbe davanti alla Curia di Avezzano, dove il Vescovo Domenico Valeri venne, evidentemente dopo aver svolto le formalità connesse alla traslazione, a prendere visione dell'urna e a raccogliersi in preghiera dinanzi a essa. Quando riprendemmo la strada per Forme era ormai sera e-arrivammo a destinazione all'imbrunire (vale a dire dopo le venti). Piovigginava ed era freddo. Trovammo che la processione, guidata da don Giuseppe De Amicis (don Peppino), era retrocessa a metà strada tra il luogo convenuto e la chiesa. Lì mio padre e io scendemmo dalla vettura, che si dispose dietro il parroco (don Peppino) in testa alla processione.
 
I quattro fiduciari rimasero nella macchina sino al sagrato e quindi accompagnarono l'uma sin dentro la chiesa. L'accoglienza mi apparve comunque commossa. Scampanii a festa, banda musicale e mortaretti non distrassero i presenti. Benché estenuati dall'attesa di ore sotto un'evanescente pioggerella e intirizziti dal freddo, tutti apparivano consapevoli dell'importanza dell'evento. L'urna era lì e polarizzava l'attenzione generale. Vidi molte persone in lacrime. Chi si inginocchiava non badava al fatto che ponesse le ginocchia sulle pietre o sul fango. Tutti avevano una grazia da chiedere e in quell'epoca i motivi per chiederne non mancavano (si pensi che c'erano persone che aspettavano ancora il ritorno di parenti dalla guerra). Il fatto mi apparve straordinario, e forse lo era davvero.
 
Mi rendo conto. oggi che quella gente stava vivendo la materializzazione di qualcosa che sino a quel momento era stata pura astrazione. Quella gente finalmente vedeva con i propri occhi i resti tangibili di Persone vissute su questa terra, da essa invocate chissà quante volte, e sentiva che quei resti rappresentavano un decisivo e stabile avvicinamento dei Trascendente ai suoi sensi. Quell'urna, da quel momento, era per ciascuno simbolo, non solo di sicurezza e di protezione, ma anche di legami profondi tra persone, luogo e chiesa che, pur esistendo da sempre, non erano mai stati avvertiti con tanta intensità".
 
L'urna venne accompagnata in processione come stabilito e seguì una funzione solenne di cui ricordo in verità molto poco (a quel punto ero stanco anch'io).Il giorno successivo i Santi furono portati per la prima volta in processione lungo le vie del paese. Per mia madre invece la giornata non era finita: accolse in casa tutti gli accompagnatori, compresi i quattro fiduciari del Vicariato, e preparò per loro una cena, il cui piatto forte, in famiglia rimasto proverbiale per gli apprezzamenti ricevuti, fu pastina in brodo di pecora. Spero non si sorrida su questo particolare se è vero che nel giugno del 1946 per mettere carne, ancorché di pecora, in tavola ci voleva fortuna.
Gli accompagnatori, tutti, trovarono ospitalità, quella notte, sia in casa nostra (io stesso andai a dormire presso parenti) che in altre case di Forme. Padre Stefano fu ospistato nella canonica.
 
Quasi subito dopo il nostro arrivo sapemmo che la Balilla, coperta di fiori, era arrivata a Forme puntualmente, incorrendo però in un clamoroso equivoco: la gente si era prostrata al suo passaggio e le campane avevano preso a suonare a festa nonostante gli occupanti della macchina, compresa la ragazza di cui ho detto, si sbracciassero per spiegare che non meritavano tanta riverente e festosa accoglienza e che comunque la macchina con i Santi era in arrivo.
 
Con ciò spero di aver soddisfatto al meglio la richiesta di don Mario. A lui va comunque il mio ringraziamento per avermi offerto l'occasione di ricordare e di fissare per iscritto questa mia testimonianza. Spero anche che queste memorie contribuiscano a rimuovere l'oblio in cui sembra caduto quello che a mio giudizio è stato l'evento, se non il più importante, certamente il più edificante nella storia di Forme.
 
Voglio soprattutto auspicare che, anche prescindendo da quelli che sono stati i ruoli e i meriti dei protagonisti di questa storia, periodicamente venga ricordato che Forme, tutta insieme, nel giugno del 1946, in un clima che risentiva ancora delle ferite della guerra, visse un giorno di intensa commozione, di conforto e di grande gioia ricevendo i resti dei suoi Santi.
 
Benedetto Valente
Roma, settembre 1999

 
 

NOTE
 
'Eletti Patroni dei paese il 18 dicembre 1756 dalla Sacra Congregazione dei Riti, visto un precedente Decreto dì Urbano VIII dei 23 marzo 1630. Il " Iiceat exequi" del decreto della Congregazione fu rilasciato dal Vescovo Domenico Antonio Brizi il 27 febbraio 1757. Cfr.docuniento conservato all'interno do registro delle nascite N. 1 della Parrocchia di Forme nonché pag.13 dei documento "Storia di Albe e delle sue Ville e Chiese" di don Giustino Andreis conservato dalla famiglia Scamurra in Roma
 
1 Santi Marco e Marcelliano sono commemorati nel Martirologio geronimiario e nei Sacramentari gelasiano e gregoriano il 18 giugno. Le notizie stilla loro vita e sul martirio sono scarsissime: nella Passio S.Sebastiani, opera agiografica poco attendibile, si narra che erano fratelli, figli di Tranquillino, che furono arrestati dal Prefetto Cromazio e affidati al primicerio Nicostrato; condannati, fu loro concessa una dilazione di 30 giorni per abiurare, ma il conforto delle parole di San Sebastiano li mantenne fermi nella fede, tanto che vennero ordinati diaconi da Papa Gaio; il Preside Fabiano li fece infine trafiggere con lattee dopo averli torturati. Sulla loro sepoltura esistono teorie contrastanti e sulla sorte delle loro reliquie si hanno pure due tradizioni diverse: secondo una, i loro corpi si troverebbero nella Chiesa dei Santi Cosma e Damiano a Roma e secondo un'altra sarebbero state trasferite nella chiesa di S.Medardo a Soissons.
 
Come sia sorta a Forme la devozione per questi due Santi non sono in grado di dirlo, anche se è mia opinione che risalga a epoche antecedenti. Neppure so dire se esistono altri paesi dedicati a loro. Secondo una leggenda che ho sentito più volte narrare, il paese sarebbe stato salvato da un'alluvione grazio al loro intervento, (con le lance avrebbero deviato le acque provenienti dal "Vallone Ranne" , facendolo defluire ai lati dell'abitato). E' verosimile che questa leggenda sia sorta il 18 agosto 1879, quando effettivamente un autentico cataclisina si sacatenò su Forme
 
2 E la testa la espose veramente a questo rischio quando, durante l'occupazione tedesca. si mise ad aiutare i prigionieri indiani fuggiti dal campo di concentramento
di Avezzano. Ma questa è un'altra storia "
 
3 Una di case fu certamente Monsignor Capoferri, anche secodo a un verbale redatto in latino (di cui accludo fotocopia), si potrebbe pensare che la selezione delle
ossa sia stata effettuata dal Cardinale Traglia in prima persona e da solo. In realtà all'operazione parteciparono più persone.
 
4 Stranamente, questo non insignificante particolare è taciuto nel verbale/diploma firmato da Monsignor Traglia. Sono però assolutamente certo che parte delle reliquie venne riposta nel sacello originario.
 
5 Leggasi mia sorella Anna Maria Valente in Bacci.

6 Da una croce di ferro. alta circa due metri e mezzo, lì collocata a ricordo di una missione di alcuni anni prima.
 
7 Di essi non ricordo i nomi di battesimo, ma, come detto in premessa, sono accertabili, presumo, nell' archivio del Vicariato. Credo che il prof.Parisi fosse allora addirittura l'archiatra pontificio.
 
8
In verità non sono dei tutto certo che costui fosse un accompagnatore ufficiale. Dovrei però ritenere di si, dal momento che suonerebbe strana l'assenza di un ecclesiastico in una incombenza così particolare. Egli comunque teme le prediche dei due giorni successivi.
 
9 Si trattava della stessa parrocchia di Zenobia Silvestri. 
 
10 Invero lo stesso giornale riferì anche, nel suo breve trafiletto, che la traslazione era avvenuta per iniziativa di alcune cospicuo fluniglie forniesi". Mi chiedo ancora cosa ciò volesse dire.
 
11 Mi rendo conto che i ioni di questa memoria possono risultare a volte retorici e a volte enfatici Ho ritenuto di doverli usare poiché a mio giudizio anche le sensazioni da me provate fanno parte della cronaca di quella mernorabile giornata..

  
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