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12 Maggio 1944
Una splendida mattina di maggio e precisamente, il giorno dodici del 1944, alle ore nove, un nuvolo di fortezze volanti si presentò minaccioso e terrificante sul cielo di Magliano dei Marsi. L’obiettivo non era questo paese, bensì quello vicino di Massa d’Albe, sede del Comando di Corpo d’Armata che operava in Cassino. Le bombe, sganciate sulla verticale  di Magliano (ricordo il rumore che dal basso si sentiva dello svincolarsi delle catene, che le tenevano unite in grappoli), andavano a cadere sul paesello vicino. 
 
Subito un alone di polvere si levo e salì fin sulla cima del Monte Velino, ergentesi a ridosso. L’istinto ci spinse a buttarci a terra, per timore che c’investisse lo scoppio di qualche grappolo di bombe, che avesse sbagliato direzione. Nel pomeriggio, subito un fuggifuggi dei maglianesi verso le località vicine di Cotecorno, Marciano, Ritorta, Grotti nella speranza di non incappare in qualche bombardamento con obiettivo il nostro paese. Lo scrivente, preso da curiosità, volle recarsi in Massa D’Albe e poté notare lo sfacelo. I generali tedeschi erano però li, sulle rovine del loro Comando (una palazzina); se la ridevano. Li aveva salvati il rifugio che si erano fatti scavare negli scantinati. Nel pomeriggio, dalla località di Cotecorno dove mi trovavo, assistetti alla replica del bombardamento: una quarantina di fortezze volanti, provenienti da altra direzione (da Est, mentre quelli della mattina attaccarono il paese da Sud); più basse perché avevano sperimentato la mancanza di contraerea pesante, operarono un secondo pestaggio, dopo di aver sganciato un grappolo di bombe, subito dopo Forme, (per dare forse una direzione al tiro).
 
Altro sgancio, dopo quello principale su Massa d’Albe, fra le località del Ravone e Pascolano, in territorio maglianese, ed un altro nei pressi di Santa IIaria in Valle Polcraneta, perché questi due sganci di bombe lontani dall’obiettivo non si seppe, forse per alleggerire gli aerei o per colpire Pascolano e i casali di S. Maria, ove pure erano officine. Quel bombardamento segno l’inizio dell’attacco a Monte Cassino e della quasi immediata ritirata tedesca. In Magliano, di notte e di giorno, incominciarono a passare reparti più o meno ordinati (si notava in loro la durezza della lotta, affrontata con impari forze). Passavano anche soldati isolati che si trascinavano dietro mucche, asini, caprette, che facevano pensare più ad un esodo che ad una vera e propria ritirata dopo una battaglia. 
 
Incominciarono anche i soprusi, operati da gruppi di soldati non più controllati da comandi. Un gruppo entro nell’edificio delle suore del Prez.mo Sangue, non sappiamo se con la forza o con raggiri; seguirono le grida, quindi uno sbatter di finestre, un rumore di vetri (cosi riferì qualcuno che aveva osservato la scena dagli inizi). Ci fu subito chi andò ad avvertire il podestà, che sopraggiunse, e con lui molta gente. I manigoldi furono costretti ad uscire, ma dimostrarono subito di avere intenzioni minacciose (era evidente che erano stati disturbati) Sghignazzavano. Uno di loro (ricordo bene; era l’ultimo della fila, in tutto una decina), ridendo da smargiasso, andava mostrando agli altri panni ed oggetti. 
 
All’intervento del Podestà ci fu, per risposta immediata, l’estrazione delle pistole ed un colpo fu sparato a terra. Il rimbalzo della pallottola fischio vicino al gruppo dello scrivente. Seguirono calci nel sedere al povero podesta, che stava chiudendo, cosi malamente, la sua carriera politica. Questi ebbe pero uno scatto, dovuto all’orgoglio ferito, e mostro i suoi pugni al tedesco, che fece partire un secondo colpo. Segui un forte ”Raus!”, cioh un ”Andata via!” . A questa imposizione, tutti si dileguarono; da quel momento il podestà non fu più visto, se non alcuni mesi dopo. 
 
II giorno successivo, ci fu il totale abbandono del paese da parte della popolazione: chi si rifugiava in campagna (ma era peggio, perchè gli aerei facevano cadere le bombe ove notavano movimenti sospetti); chi in montagna( e qui si veniva scambiati per partigiani). Comunque grotte e stalle isolate erano occupate. Non si mangiava più, ne si dormiva. Andavamo contando i giorni e le ore, in attesa spasmodica della fine di quel tormento. Lo scrivente, in quei giorni, saliva spesso in montagna: si sentiva più sicuro, ma quello che gli successe smenti ogni cosa. Assieme ad altri, era sdraiato vicino a una roccia sul Monte Lo Pago. Verso le dieci, incominciarono a crepitare le mitragliatrici: non si sapeva da quale direzione. 
 
Si azzardò l’ipotesi che i tedeschi stessero sparando ai piccioni, forse per mangiarli. Ci fu chi disse: ”Se e cosi, sono ridotti male”. Dopo poco altre scariche e, poi, vicinissima quella che poteva uccidere, perchè i proiettili ci caddero a dieci centimetri di distanza. Notammo, infatti, la polvere alzata dalla scarica; capimmo subito di essere noi l’obiettivo dei tedeschi e la fuga precipitosa fu immediata. Fuggi e fuggi, mentre crepitava sempre la mitraglia, oltrepassammo il boscoso piano a Nord di Massa d’Albe ed incominciammo la scalata del Monte Velino. 
 
Dopo tanto corso, ci voltammo: erano ben sei i nostri inseguitori, fortunatamente abbastanza lontani. La vegetazione ci aveva defilati dai tiri e quindi salvati. Nei giorni (pochi) che seguirono, i tedeschi fecero saltare la cabina elettrica, pali, tralicci; pretesero viveri, obbligarono a caricare autocarri, posero mine. Ci fu anche an’aggressione, che si risolse con la morte del tedesco, poiché il figlio della donna aggredita riuscì ad estrarre la baionetta del soldato ed a ucciderlo. Gli altri soldati dissero che quegli era un poco di buono. 
 
Nei cieli giostravano di continuo gli aerei alleati(l’aviazione tedesca era completamente assente). I mezzi militari, mitragliati, finivano per bruciare sotto il ciglio delle strade. La mattina dell’undici giugno, il paese fu finalmente evacuato dalle truppe e riassaporammo la liberta: ogni incubo era finito. Verso mezzogiorno del giorno successivo si sparse la voce dell’arrivo imminente degli alleati. Infatti al paese si avvicinava una pattuglia di soldatini in Kaki: erano esploratori. Giunsero in piazza che gia una enorme folla, incuriosita, si era radunata. Arrivarono anche i fiori, molti fiori. 
 
Furono sparsi lungo il percorso, altri offerti agli imberbi ragazzi, che si avvicinavano stupiti di tanta festa. Furono condotti nel municipio e sfamati con formaggi e salumi. fecero pero subito capire che dovevano andare; chiesero informazioni sui tedeschi e ripartirono alla volta di Cappelle, dove era giunto un grosso reparto. Si respira aria nuova. Dobbiamo dire che non ci furono atti di vendetta. Ognuno riprese il suo abituale lavoro. Al Comune andò una commissione con l’Ing. Fiorani, Sindaco. 
 
 Tratto dal Giornale Radar Abruzzo, testi a cura di Guido Amiconi
 
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