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La battaglia di Tagliacozzo
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Dante Alighieri parla di "Tagliacozzo ove sanz'arme vinse il vecchio Alardo": il sommo poeta, nel descrivere la battaglia svoltasi tra le truppe francesi di Carlo D'Angiò e quelle sveve di Corradino, cita l'abitato più importante nell'epoca dei fatti; Scurcola, Magliano, Antrosano, Cappelle ed Avezzano erano dei modesti agglomerati di case oppure borghi poco noti che non avevano ancora la dignità di paesi veri e propri. Buccio da Ranallo, il poeta aquilano dei XIV secolo, nella Cronaca Aquilana, descrive nei particolari la battaglia: egli cita, per esempio, Cappelle ma non Antrosano o Magliano a riprova di quanto sopra sostenuto.
 
Tra indagini, supposizioni, fantasie e confronti, tanto si è parlato della celebre battaglia che, non è esagerato, ha cambiato il corso della storia italiana; una soia cosa è certa e tutti gli autori sono concordi nei sostenerla: il fatto d'arme si svolse nei Campi Patentiní, nello spazio racchiuso tra Scurcola, Magliano, Cappelle ed il colle di Albe. Nel raccontarlo, ci affidiamo a Camillo Tollis (Origini e vicende di Massa d'Albe), Paolo Fiorani (Una città romana - Magliano dei Marsi dalle origini ai Medioevo) e Alvaro Rubeo (Corradino di Svevia e Carlo D'Angiò: due strategie a confronto), mutuando i loro scritti ma avvertendo doverosamente il lettore che gli autori, appassionati ricercatori di storia locale, sono... un po' partigiani! Corradino rimane orfano di padre a soli due anni e viene allevato ed educato dagli zii materni. 
 
Lo zio paterno illegittimo Manfredi, figlio naturale di Federico li, dopo aver sparso la voce della morte dei bambino, gli usurpa il trono di Sicilia nonostante la scomunica papale. li pontefice Clemente IV, francese, prende accordi col suo connazionale Carlo D'Angiò che promette di strappare la Sicilia a Manfredi al fine di ricondurla sotto il controllo della Chiesa. Avuta la Corona di Sicilia, l'angioino marcia attraverso il Meridione d'Italia ove lo svevo incominciava ad incontrare difficoltà per le numerose ribellioni: nel 1266 i due contendenti si scontrano a Benevento ove Manfredi viene ucciso. I Ghibellini, fautori della casa sveva, si trovano per qualche tempo in seria difficoltà: molti di essi, in modo particolare Corrado e Marino Capece e Galvano Lancia, esortano Corradino, nipote di Federico, a riscattare il trono illegittimamente usurpato, ritenendo il ragazzo il naturale erede.
 
L'uffirno discendente degli Hohenstaufen, Corradino di Svevia, parte dalla Germania con un suo esercito e scende in Italia per far valere le sue ragioni. Storicamente non è ben definito il percorso seguito per giungere ai Piani Palentini: Pietro Bontempi (La battaglia di Tagliacozzo, ovvero dei Campi Palentini, Frosìnone, 1968) e Tito Spinelli (Scurcola Marsicana... dove senz'arme vinse il vecchio Alardo - a cura della Pro-Loco - Edizioni Grafiche Manfredi s.n.c. - Roma, 1993), dopo attenti studi hanno illustrato una loro ipotesi. Passa per Trento, Verona, Pavia, Savona, Pisa città notoriamente ghibelline, ove riscuote simpatie e solidarietà. Incontra spesso notevoli resistenze tanto che molti suoi soldati disertano: in Toscana, dove gli sono rimasti fedeli appena tremila uomini, riporta lusinghieri successi militari. Senza tener conto della scomunica papale, giunge a Roma il 24 giugno 1928 e, in Campidoglio, viene ricevuto con gli onori degni di un imperatore! Lascia Roma il 18 agosto e procede verso Tivoli, Arsoli e Carsoli.
 
Dopo molte settimane di marcia, giunge presso Scurcola ove si accampa sulla riva sinistra dell'Imele per far riposare i suoi soldati. Corradino non può seguire l'itinerario della Tiburtina poiché, transitando per Tagliacozzo, dovrebbe interessare il signore locale Andrea De Pontibus il cui appoggio non è dato per certo: è probabile, quindi, il passaggio per la più sicura Valle dei Salto. Carlo, dopo aver domato l'insurrezione di Lucera, città favorevole agli Svevi, marcia a tappe forzate per sbarrare il passo a Corradino: raggiunge Ovindoli passando per Sulmona. L'Angioino, che per tre giorni consecutivi ha fatto seguire le mosse dei suo nemico, scende dall'Altopiano delle Rocche, passa per Celano, costeggia il lago Fucino, passa nelle vicinanze di Avezzano e raggiunge una località presso il colle di Albe, a due miglia di distanza dagli Svevi, ove organizza il suo quartier generale.
 
Il sedicenne Corradino, preso atto della presenza nemica, decide senza indugio di passare all'offensiva; divide le sue truppe in tre schiere: la prima di soli tedeschi rimane sotto il suo personale comando, la seconda di spagnoli è affidata ad Enrico di Castiglia, la terza - tutta di toscani e lombardi - è affidata al conte Galvano Lancia. Sono al suo fianco il maresciallo Konrad Kroff e Corrado d'Antiochia e il marchese Pallavicini. Da precisare che Enrico di Castiglia odiava Carlo, benché suo cugino, poiché l'anno precedente il francese aveva ostacolato il suo disegno di impadronirsi della Sardegna. Carlo, dopo essersi assicurato l'appoggio degli aquilani, organizza quattro schiere composte di francesi, provenzali, campani, guelfi italiani e mercenari: la prima è sua riserva personale, le altre tre sono affidate a Enrico de Cousange che, per ingannare il nemico, indossa gli abiti regali su suggerimento dell'anziano Alardo di Valery, combattente di notevole esperienza.
 
Altro comandante delle schiere angioine è Guillaume l'Enstandard. il 23 agosto dei 1268: di buon mattino inizia l'aspra battaglia! Si racconta di seimila soldati per Corradino e di quattromila per Carlo. Enrico di Castiglia, benché svantaggiato per avere il sole di fronte, passa il ponte sul fiume ed investe gli angioini: lo scontro è duro e sanguinoso ed Enrico de Cousange muore. Lo stratagemma dei vecchio Alardo, esperto nella tattica dell'imboscata, funziona perfettamente: i francesi, prendendo atto della morte di un loro comandante e della superiorità numerica dei tedeschi, arretrano; gli svevi incalzano con maggiore foga gli avversari costringendoli a cedere progressivamente terreno fino a darsi ad una fuga precipitosa verso Forme.
 
I soldati di Corradino vedendo i nemici in fuga e credendo Carlo D'Angiò morto (in realtà si tratta di Enrico di Cousange che ha indossato gli abiti regali!), si abbandonano ai festeggiamenti, al riposo, all'accanimento sui feriti, alla depredazione dei morti. Nel saccheggio sono aiutati dagli albensi, notoriamente favorevoli alla casa Sveva. Carlo, che si teneva nascosto dietro un colle (forse il Lucciano, nei pressi dell'attuale Magliano), ordina alla sua cavalleria di uscire allo scoperto ed attaccare gli Svevi che, stanchi e sonnolenti, si sono distesi a terra all'ombra dei salici esistenti lungo l'Imele. Carlo D'Angiò è numericamente più debole ma punta tutto sul fattore sorpresa: ottocento forti cavalieri, freschi e riposati, irrompono nei campi: gli svevi, colti di sorpresa, non hanno il tempo di riorganizzarsi e vengono presto sopraffatti.
 
Corradino si avvede che tutto è perduto e, con cinquecento superstiti, fugge in direzione di Roma: dopo aver marciato per vari giorni nelle campagne laziali, ripara al castello di Astura nel tentativo di imbarcarsi e raggiungere la città di Pisa; è riconosciuto ed arrestato da Giovanni Frangipane, che lo consegna agli angioini. Tradotto a Napoli, viene sommariamente processato e decapitato nella Piazza ora dei Mercato insieme a molti altri compagni di sventura: è sepolto nella chiesa di S.Maria dei Carmine. La triste fine dei principe sedìcenne ha commosso intere generazioni e di lui si sono interessati il sommo Dante Alighieri (inferno - XVIII, 17-18) ed il poeta Aleardo Aleardi (il Castello di Astura).
 
Bibliografia
 
Tratto dal libro Albe medievale
( Testi a cura del prof. Giovamabattista Pitoni e prof.  Alvaro Salvi )
 
 
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