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Carlo d'Angiņ distrugge Albe
 
 
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Carlo sa bene che gli albensi, sostenitori della fazione ghibellina, gli sono ostili e che in precedenza si sono organizzati per combatterlo; sa anche, però, che la debole schiera si è dissolta con il suo approssimarsi e che ora la popolazione è calma e non desta preoccupazione alcuna: si accampa, infatti, nelle sue vicinanze, in posizione strategica per impedire a Corradino la marcia verso il sud per raggiungere Lucera ove non sono ancora definitivamente spenti i pericolosi focolai di ribellione.
 
Il francese, come già detto, vince non con la forza e l'ardimento ma con l'astuzia e subito dopo intende regolare i conti con gli abitanti dei paesi che, pensando che Corradino potesse essere il vincitore, si sono a lui mostrati ostili. Albe non ha combattuto concretamente l'angioino ma è stata, in ogni caso, schierata dalla parte avversaria destando una preoccupazione, seppur minima, per il futuro vincitore che ora non intende perdonare. Giuseppe Dei Giudice racconta che "durante la battaglia, alcuni abitanti di Alba si diedero alla preda e fra gli altri radunarono gli arnesi e la roba di Guillotto Pavone, ostiario di Carlo" Camillo Tollis - op.cit. - pag.30).
 
Ostiario era un chierico che aveva la facoltà di aprire e chiudere la porta dei tempio, di custodire l'edificio sacro, di convocare i credenti suonando le campane: insomma Guillotto apparteneva ad un Ordine Minore tra i meno importanti ma pur sempre al servizio dei re trionfatore nei Piani Patentini e l'onta doveva essere cancellata! Gli albensi sono dispersi ed il loro paese distrutto: i marmi, gli antichi pilastri e le pietre lavorate, vengono asportati per essere impiegati nell'edificazione dei tempio intitolato alla Madonna della Vittoria. Si narra che Carlo D'Angiò, nel momento cruciale della battaglia, quando - forse - la fortuna ancora non gli era propizia, invocasse la Madonna promettendo, in caso di vittoria, la costruzione di un tempio: l'edificio sacro, infatti, viene edificato nel punto centrale dei campo di battaglia, proprio ove le truppe sveve scampate al l'annientamento, accortesi della ormai tragica conclusione dello scontro, si davano alla fuga in direzione di Roma.
 
L'amenità dei luoghi, la salubrità dei clima, la sua fama, la sua storia, i resti ancora esistenti a testimonianza di un antico splendore, non possono cancellare irrimediabilmente Albe che, pian piano, risorge dalle rovine sotto le quali, per qualche tempo, è rimasta addormentata. Da Napoli la Regina Giovanna giunge in villeggiatura ad Opi; udendo raccontare di Albe e delle sue alterne vicende, si reca ad ammirare le rovine dei nostro paese: a ricordo della visita dona alla chiesa oggetti d'oro, pietre preziose, damaschi e arredi di valore che costituiscono il tesoro di Albe. Appena dopo il disastroso terremoto dei 13 gennaio 1915, i preziosi beni facenti parte dei tesoro, vengono appositamente inventariati: un trittico bizantino di argento dorato, opali, rubini, smeraldi, perle, una croce d'argento, avori.
 
Sempre il Tollis ci fa sapere che "salvo tre oggetti, il rimanente, dopo il terremoto, fu dato in consegna al Custode Locale e successivamente fatto versare al sacerdote Don Romeo Subrizi di Antrosano". La parte più importante dei tesoro, per vari decenni, è stata custodita presso il Museo Nazionale di Palazzo Venezia in Roma. Dopo molto tempo, come diremo in altra parte di questi appunti, il tesoro - sul finire dei XX Secolo - è stato restituito ai marsícani: tutti ora possono nuovamente ammirarlo nel castello Piccolomini di Celano. 
 
Bene precisare, però, che non tutti i preziosi oggetti sono stati recuperati e sistemati all'interno dei castello: bracciali, monili vari, collane e molto di ciò che fu donato dalla regina Giovanna, si trovano nei museo dell'Aquila mentre un cofanetto d'avorio, dato per disperso, si dice sia custodito gelosamente in una cassaforte dì un alto prelato in Avezzano.
 
 Bibliografia
 
Tratto dal libro
Albe medievale
( Testi a cura del prof. Giovamabattista Pitoni e prof.  Alvaro Salvi )
 

 
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