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Il legame con Antrosano
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La graduale decadenza d'Alba Fucens, dopo i fasti e gli splendori del lontano passato, favori, durante il lento trascorrere dei secoli, la nascita di piccoli borghi tra i quali Antrosano. Nel 1738 Pietro Antonio Corsignani, Vescovo di Venosa , descrive come dalle rovine d'Albe siano state edificate varie "castella" tra le quali quelle d'Antrosano. Anche Di Pietro, canonico della cattedrale di Pescina , sostiene la stessa tesi. Antonio Ludovico Antinori , storico ed erudito aquilano, conoscitore di storia abruzzese (1704-1778), nei suoi "Annali degli Abruzzi" parla d'Antrosano come di "una terra d'Abruzzo ultra" appartenente al contado d'Albe. 
 
Appare inconfutabile, insomma, la tesi che sostiene la nascita d'Antrosano sicuramente legata alle vicissitudini della vicina Alba: i due paesi, dunque, sono uniti da un rapporto inscindibile. Spulciando tra i documenti degli ultimi quattro secoli, emerge una situazione d'eterno contrasto tra l'universítas d'Albe e quelle vicine: un incessante susseguirsi di lotte per il possesso di terreni o di boschi, di liti per i confini, di ricorsi per le eredità e per i diritti di pascolo. 
 
La maggior tensione, in ogni modo, è generata dai conflitti d'interessi con le vicinissime Antrosano e Cappelle. La controversia più importante è quella per il possesso della Selva d'Agnano, una località - oggi denominata Fagnano - posta a cavallo della vecchia strada Antrosano - Magliano, nel tratto che dal cimitero di Cappelle arriva in località Giorgina, all'inizio della salita dei Colle d'Albe. Con un editto datato nel secondo decennio dei XVI secolo, si stabiliscono pene e contravvenzioni di ducati cento per i cittadini d'Albe e sue ville (tra le quali sicuramente Antrosano) che sono sorpresi a pascolare o raccogliere legna nella Selva anzidetta.
 
Nel 1660  i canonici e l'abate d'Albe protestano contro i curati di Forme, Massa, Antrosano e Castelnuovo, poiché si sono recati alla festa di S.Michele Arcangelo a S.Pelino senza la loro autorizzazione. Il 23 luglio 1728, il massaro antrosanese Giuseppe Gagliardi invia al vescovo dei Marsi Giacinto Dragonetti una denuncia (4) con la quale si lamenta dei fatto che il Predicatore si reca prima nella vicina Albe (dalla quale, per la sua opera, riscuote soltanto trenta carlini) poi, sul tardi, si porta ad Antrosano ove pretende addirittura sei ducati. Nel 1733 il vescovo Giuseppe Barone si trova a risolvere, invece, un grave fatto di sangue.
 
La vedova antrosanese Barbara Antonini denuncia come nell'agosto 1733 il chierico Francesco di Tiburzio abbia ferito a morte con un coltello suo figlio Francesco, senza che questi avesse alcuna colpa. Il reo, poi, fugge ritirandosi nel convento di S.Pietro d'Albe ove dimora per due mesi. Durante il soggiorno albense, va a caccia ogni giorno con il padre guardiano. Appreso lo stato di salute sempre più precario dei ferito, nel timore del sopraggiungere della sua morte, girovaga di paese in paese per sfuggire alle guardie. La Corte Vescovile non promuove azioni per catturare il feritore che, dopo aver tanto peregrinato, torna nel convento di S.Pietro in Albe.
 
Di giorno nuovamente va a caccia allegramente in compagnia dei solito padre guardiano e di notte, sempre insieme al religioso, torna in Antrosano per intimorire e minacciare gli altri figli della povera mamma. Le ferite non si rimarginano ed il poveretto non può riprendere il suo abituale lavoro. La querelante chiede di far catturare Francesco di Tiburzio o, in alternativa, farlo dichiarare contumace ed allontanarlo da Antrosano anche allo scopo di evitare altri guai per tutti. 
 
La povera donna avverte che, in mancanza di serie iniziative da parte della Corte Vescovile, adirà la Sacra Congregazione. Il vescovo Benedetto Mattei, nel 1773, deve risolvere un caso di stupro ad opera di un Diacono dei paese . Pietro Antonio Pace, appartenente a nobile e possidente famiglia dominante il paese, è prossimo a cantar messa ma si comporta come un libertino scavezzacollo e prepotente. Domenico Gatti denuncia come si sia sgravata sua sorella zitella stuprata violentemente dal predetto diacono e per questo ricorre al vescovo per ottenere giustizia, considerato anche il fatto - abbastanza scandaloso - che il giorno di carnevale il Pace si sia mascherato ricevendo l'ammirazione di tutto iL popolo. 
 
Il Gatti si lamenta, tra l'altro, dei fatto che l'impostore va stuzzicando anche altre zitelle di Antrosano cercando di disonorarie. Il fratello germano della vittima racconta il fattaccio. Una notte dei primi giorni di giugno dei 1772, i) Diacono apre con violenza la porta di casa ove dormono le sue due sorelle. la venticinquenne Mattia e la minorenne quindicenne Elisabetta. Dopo aver prima lusingato e minacciato, stupra Mattia che rimane incinta: nasce un bel bambino al quale, durante il battesimo nella chiesa parrocchiale, viene imposto il nome Carmine. Tutto ciò è accaduto poiché Domenica Gatti, per motivi di lavoro, fu costretto a dormire fuori casa; il querelante chiede per il reo una giusta punizione e l'obbligo di fornire la neo mamma di adeguata dote. il 25 maggio dei 1773, in Albe, davanti al delegato dei vescovo, è interrogata - sotto il giuramento della verità - Mattia Gatti la persona offesa; le domande e le relative risposte sono senza reticenze e ricche di aspetti scabrosi: omettiamo il racconto, denso di piccanti particolari, per non incorrere nei reato di oltraggio al pudore.
 
Mattia Gatti conclude la sua deposizione raccontando come il diacono violento, dopo il misfatto, sì allontana per qualche mese dal paese; ogni volta che vi ritorna, però, non manca di rinnovare la visita alla sua vittima, abusandone come la prima volta. Il caso più eclatante è quello descritto in un pro-memoria, inviato nel 1854 a monsignor vescovo Michelangelo Sorrentino, a carico dì Don Raniero Pace, appartenente alla più volte citata famiglia di Antrosano: i carichi addebitati, questa volta, sono veramente enormi (14) ed Albe, in qualche modo, è comunque... presente! Monsignor Segna, vescovo predecessore di Sorrentino, non vuole avviare al sacerdozio Don Raniero Pace perché lo considera non meritevole.
 
Dopo tante benevole insistenze degli zii dello sciagurato, Don Filippo e Don Benedetto Blasetti, viene ordinato; ma non passano molti mesi, che il Prelato è costretto a sospenderlo dall'esercizio e mandarlo a fare gli esercizi spirituali a l'Aquila presso i Passionisti: Don Raniero ha ingravidato una donna di servizio di Albe!
 
 
Bibliografia
 
Tratto dal libro Albe medievale
( Testi a cura del prof. Giovamabattista Pitoni e prof.  Alvaro Salvi )
  
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